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Anonymous colpisce ancora: attacco hacker a 73 siti jihadisti

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Ma è subito polemica in Francia: le azioni degli hacktivisti possono anche mettere a rischio le indagini Ma è subito polemica in Francia: le azioni degli hacktivisti possono anche mettere a rischio le indagini

ROMA - Dopo aver diffuso una lista di account twitter jihadisti e dopo aver fatto saltare un sito jihadista molto seguito, Anonymous ha diffuso oggi nuove informazioni relative a "OpCharlieHebdo", l'operazione Charlie Hebdo. In totale, sono stati oscurati 73 siti jihadisti, tra mercoledi' 14 gennaio e giovedi' 15.

L'attacco hacker contro i siti fondamentalisti è l'arma principale di Anonymous, che utilizza il metodo di saturare i server di un sito per renderlo inaccessibile per molte ore, giorni, spesso settimane. La principale risorsa di questo metodo è che non ha bisogno, praticamente, di alcuna conoscenza specifica di informatica. Vale a dire, tutti i membri del gruppo Anonymous possono parteciparvi. E in questo caso, il numero fa la forza. Per il momento, non è possibile dire se Anonymous abbia usato questa sola tecnica contro i server e i siti jihadisti. Se lo fosse, dovremmo attenderci che da un giorno all'altro quegli stessi siti riappariranno, magari con sistemi di sicurezza rafforzati. Con queste iniziative antijihadiste, Anonymous ha ottenuto la simpatia e l'appoggio di tanti, internauti e non.  

Tuttavia, dalle autorita' di sicurezza informatica francesi viene una sorta di allarme nei confronti di Anonymous. Si potrebbe, cioe', verificare una interferenza nel lavoro degli inquirenti, e dei servizi di intelligence. Olivier Laurelli, esperto in sicurezza informatica, che opera con diverse Procure proprio nell'inchiesta seguita alla strage di Parigi, afferma: "A partire dal momento in cui si attaccano le reti sulle quali i jihadisti comunicano, si interferisce obiettivamente con il lavoro degli inquirenti". Anche la Polizia delle Comunicazioni francese esprime la medesima perplessita': "Non e' certo mettendo i siti offline che possiamo essere messi in condizione di lavorare".

Fonte: La Repubblica

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