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Salute, italiani costretti a fuga da ospedali: trenta miliardi spesi per curarsi dai privati

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Tempi d'attesa lunghissimi e costo dei ticket le cause principali della rinuncia al servizio pubblico. Le stime nel rapporto finale dell'indagine condotta dalle commissioni Bilancio e Affari Sociali della Camera Tempi d'attesa lunghissimi e costo dei ticket le cause principali della rinuncia al servizio pubblico. Le stime nel rapporto finale dell'indagine condotta dalle commissioni Bilancio e Affari Sociali della Camera

ROMA - Italiani costretti alla fuga dal Servizio sanitario nazionale. Ticket sempre più alti e soprattutto i tempi di attesa lunghissimi per esami necessari spesso davanti al sospetto di gravi patologie stanno spingendo sempre più cittadini, ormai oltre 12 milioni, verso la sanità privata. Le stime emergono dal documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sulla sostenibilità economica del Ssn, condotta dalle commissioni Bilancio e Affari Sociali della Camera. Secondo il rapporto, la spesa privata ha sfondato il muro dei 30 miliardi l'anno. Per l'esattezza 30,3 miliardi, tra farmaceutica, diagnostica e assistenza, che - come si legge nel documento - costituiscono "una percentuale rilevante della spesa sanitaria complessiva".

Una spesa enorme che - osservano i deputati - "pur non collocandosi su un livello non dissimile da quella di altri Paesi europei, è nel nostro Paese quasi per intero 'out of pocket', mentre altrove è in buona parte intermediata da assicurazioni e fondi". Ossia, è sostanzialmente a carico integrale dei cittadini. L'indagine della Camera svela anche i motivi di questa emigrazione di pazienti dal pubblico al privato: "E' stato rilevato - si legge nel documento - come l'applicazione dei ticket stia di fatto escludendo le fasce economicamente più deboli della popolazione dall'accesso alle prestazioni sanitarie, in particolare a quelle di specialistica e diagnostica".

La tendenza è confermata da uno studio del Cnel sul welfare, contenuta nella Relazione annuale al Parlamento e al governo sui livelli e la qualità dei servizi erogati dalle pubblica amministrazione centrali e locali alle imprese e ai cittadini. Sotto il livello di soddisfazione sono o servizi di Pronto soccorso e medicina territoriale, mentre gli utenti sarebbero disposti a pagare di più per avere prestazioni migliori. Emerge che, partendo da 2,5 come livello minimo di soddisfazione, il pronto soccorso si ferma a 2,16, con particolare criticità relativa ai tempi di attesa (1,76); i servizi di medicina territoriale a 2,31 e anche qui i tempi di attesa sono decisivi; i servizi pensioni a 2,34, con i tempi di attesa allo sportello a 1,87 ma con un alto livello di professionalità riscontrata (2,87).

Anche una recente ricerca del Censis sulla sanità integrativa afferma che sono sempre di più gli italiani che pagano di tasca propria i servizi sanitari davanti alle inefficienze del sistema pubblico: nel 2013 la spesa sanitaria per cure private è infatti aumentata del 3% rispetto al 2007, mentre nello stesso arco di tempo quella pubblica è rimasta quasi ferma (+0,6%). Secondo il Censis, gli italiani sono costretti a scegliere tra le prestazioni sanitarie da ottenere subito e a pagamento e quelle da rinviare oppure non fare. La fuga verso il privato, secondo le rilevazioni Censis, riguarda soprattutto l'odontoiatria (90%), le visite ginecologiche (57%) e le prestazioni di riabilitazione (36%). Aumentano poi le persone che pagano per intero gli esami del sangue (+74%) e gli accertamenti diagnostici (+19%). Il 41,3% dei cittadini paga per intero le visite specialistiche. Cresce anche la spesa per i ticket, sfiorando i 3 miliardi di euro nel 2013: +10% in termini reali nel periodo 2011-2013.

Una delle questioni più dibattute nel corso dell'indagine conoscitiva della Camera riguarda l'andamento della spesa sanitaria pubblica dopo i provvedimenti normativi in materia di spending review. Emerge che la spesa per l'acquisto di beni e servizi, cui si è fatto cenno in precedenza, è passata dal 29,4 per cento nel 2008 al 30,4 per cento nel 2011.   

Fonte: La Repubblica

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